venerdì 25 giugno 2010

EREMO - incipit


Monologo vincitore del premio
‘Per Voce Sola’ 2009 di Cuneo e pubblicato sull'antologia a cura della NerosuBianco Edizioni


EREMO


(Luce sull’attrice. Tutto è nell’ombra. Lei indossa una tuta grigia)

Io ho ucciso.
Non per sbaglio, per un incidente, per un caso fortuito. Io ho ucciso proprio perché volevo farlo.
Era la mia ambizione. Ognuno di noi ne ha una.
Da ragazzi ci si incontrava, ci si raccontava, ci si apriva. Ci si incontrava nell’oratorio della chiesa, e dove se no? Il mercoledì pomeriggio. A volte solo tra noi ragazzi, a volte con don Marcello.
Era lui a volere questi incontri, per raccontarsi, per aprirsi, per aiutarsi… Per sapere i cazzi nostri! Eravamo le sue cavie, il suo esperimento, il suo argomento di tesi. Laurea in Psicologia e Legislazione Sociale. Argomento della tesi: Analisi della Moderna Personalità Eremitica dei Giovani generata dall’Impatto Multimediale. Cazzo significava?
Per don Marcello voleva dire: prendere un gruppo di adolescenti, disadattati e socialmente distanti tra loro, accomunati solo dall’essere mediocri. Metterli insieme in un oratorio ammorbato di muffa. Aggiungere perle di saggezza di un pretino di appena ventisette anni. Miscelare con energia in modo che ci si confrontino, ci si aprano, ci si amalgamano. Attendere qualche mese o anno, dipende da quanto tempo ci impieghi a redigere una tesi, e osservare le reazioni. Soluzione o Miscuglio? Secondo voi?!
Purtroppo don Marcello non capiva una sega di chimica e di affinità atomiche o di cariche elettriche positive e negative, tanto meno di composti omogenei ed eterogenei. Non perché fosse “uomo di Dio”, e quindi avverso alla scienza, bensì perché ignorante. È molto probabile che in seminario avessero eliminato del tutto dai programmi didattici le materie eretiche.
Il gruppo, come lo chiamava don Marcello, era composto da cinque elementi perché tutti gli altri ragazzi interpellati preferivano andare a giocare a calcetto il mercoledì, oppure andare a fumarsi le canne nella villa comunale. Magari hanno fatto meglio loro. Un gruppetto di cinque casi difficili di adolescenti segnalati al pretino da genitori disperati, tanto disperati da non accorgersi che il pretino era appena uscito dalla sua adolescenza, che certo non doveva essere stata un granché in seminario a farsi di seghe e chissà cos’altro.
Comunque ci si incontrava nella canonica, ci si sedeva tutti in cerchio come aveva ben insegnato re Artù, ma prima di lui Gesù Cristo, e ci si confrontava.

Primo del gruppo, Anto’.
Caso segnalato perché troppo esaltato, iperattivo, infruttuoso a scuola e gran segaiolo. Quello con il bomber blu infilato fisso addosso a mo’ di carapace e gli anfibi spartani. Mirava a diventare pilota di aerei militari, ma non voleva fare il servizio militare perché era pacifista convinto, i suoi idoli erano i protagonisti di Hear e i Genesis. Poi chissà come si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza della Università di Bari e non l’ho più rivisto. Fino a quel giorno in cui io sono scomparsa.
E sì, perché io sono latitante. Non perché sono ricercata, no. Perché proprio mi piace così.

Secondo del gruppo, Sergio.
Caso segnalato perché aveva la mania di rubare, in casa propria e altrui, di tutto: soldi, gioielli, accendini, oggetti d’argento, persino le scarpe da ginnastica firmate del fratello, le mutande di seta e pizzo di sua madre, il vibratore a pile della zia e un cane razza Pechinese con tanto di pedigree della vicina di casa. Insomma tutto quello che poteva smerciare in cambio di denaro che si giocava alle macchinette infernali. Sergio, alto, bello, sexy. Sognava di diventare medico per andare in Somalia o in Congo o chissà dove con medici senza frontiere e aiutare tutti i poveri neri che nascono unicamente per morire, la loro unica ambizione. Morire. Un bambino nero nasce e capisce subito che la cosa migliore per lui è morire. Aspira solo a quello.
Effettivamente Sergio si iscrisse alla Facoltà di Medicina della Università di Napoli e si è pure laureato, ma faceva il medico della mutua. Aveva milleduecento assistiti, effettuava visite a pagamento, agguantava cesti natalizi e pasquali, si giocava tutto quello che guadagnava, non più alle macchinette infernali, bensì ai grandi tavoli verdi che sono verdi apposta per dare speranza ai demenziali giocatori, e aveva adottato due bambini a distanza, neri ovviamente, per la coscienza. Lui l’ho rivisto tempo fa, prima che uccidessi. Abbiamo chiacchierato, ci si è confrontati.
Sposato, divorziato, due figli veri non adottati, ma comunque a distanza, da mantenere, quindici chili in più, miliardi di capelli in meno, alito all’anice alle dieci di mattina. Ma quanto tempo è passato? Dieci anni? Dodici! E tu? Io?
Io ci sto lavorando alla mia ambizione.

Terza del gruppo, Stefy.
Caso preferito di don Marcello, segnalato perché troppo! Troppo trucco, troppo minigonna, troppo tacchi alti, troppo ribelle, troppo aperta, e quando dico aperta dico proprio “aperta”, troppo diversa dalla sua mamma, santa donna, e troppo di cattivo esempio per la sorellina minore, anima innocente. Stefy, bona, jeans stretti, corpetto attillato, caldane quattro stagioni.
Desiderava fare l’attrice, non una sciacquetta di attrice ma l’Attrice alla maniera di, che so, la mitica Magnani o la divina Garbo. Si iscrisse al DAMS di Bologna, si è pure laureata in recitazione. Lavorava alle produzioni e si occupava di casting cinematografico di una società che si chiama S.E.S., letto esse e esse, e che non c’entra niente con le esse esse germaniche. Ogni tanto recitava pure, quando mancava una comparsa lei la sostituiva. Faceva dei cammeo insomma, come si dice nel gergo. L’ho incontrata tempo fa, casualmente, a Matera dove era approdata con i suoi collaboratori in cerca di nuovi “volti”, e ho capito perché realizzava solo dei cammeo, oltretutto di schiena, anzi di fondoschiena. Non l’avrei riconosciuta se non fosse stato per i suoi occhi, inconfondibilmente bicolori: uno nocciola, l’altro verde. Tutto il resto extralarge. L’ho lasciata taglia quarantadue e l’ho ritrovata taglia cinquantadue, o più. S.E.S.: Sex Extralarge Strong.
Be’ in qualche modo il suo sogno lo ha realizzato.

Quarta del gruppo, Filo, Filomena.
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venerdì 18 giugno 2010

L'ULTIMA TRASFORMAZIONE. incipit Monologo Primo classificato al concorso "Mille occhi per una sola Voce" Premio C.G.Viola

Monologo vincitore della seconda edizione
del Premio C.G.Viola
‘Mille occhi per una sola voce’


L’ultima Trasformazione
Di Maria Adele Popolo

Contesto della scena:

Arrivata sull’uscio di casa, la porta è chiusa. Lei ha una chiave in mano, una di quelle antiche con il braccio lungo, che protende verso la toppa ma che trattiene titubante. È l’uscio di un basso, una casa a piano terra con solo un paio di scalini a separarla dalla strada, uno dei tanti bassi del vecchio quartiere, con una porta di legno scrostato, su cui s’intravedono i segni della vita attraverso le varie mani di sverniciatura di vari colori, dal verde pisello al marrone cacca al bordeaux…

Si ferma sull’uscio di fronte a quella porta senza avere il coraggio di aprirla.

- Dovrei essere felice. Sono tornata a casa. Questa casa. La casa. L’unica e sola che abbia mai sentito veramente come tale, il nido, l’alcova… casa.
Anni trascorsi tra muri estranei bianchi, giallini, verdini, celestini, scoloriti, scalcinati, sporchi e freddi.
Anni ad osservare soffitti sconosciuti macchiati, ammuffiti e oppressivi. Anni a calpestare mattonelle grigie e gelide. Anni parcheggiati nelle tante case in cui ho vissuto.
Se ci penso meglio alcune erano anche belle, accoglienti… alcune… case. Le ho chiamate tutte "casa": “Vado a casa, esco da casa, ti aspetto a casa”. Meccanicamente pronunciavo la parola.
Casa: è una semplice bisillaba, alquanto banale in fondo, comune, usata smoderatamente e senza criterio più delle volte. Tutti noi la usiamo senza rendercene conto. Quante volte la ripetiamo in un giorno, senza pensarla, senza sentirla? Abusivamente.
Gli inglesi sono più fortunati. Hanno un termine specifico per dire “la casa”, home, e un altro più generico per dire “una casa”, house. La home è il nido, è la famiglia, è il calore e le radici! La house è un’abitazione, mura e volte fredde ed estranee, un parcheggio!
Ho cominciato a sentirmi come un’inquilina abusiva nell’ultima “casa” parcheggio in cui ho vissuto durante una notte più fredda del solito, più buia del solito, più lunga del solito. Mi ero fermata. Avevo deciso che quella sarebbe stata la mia ultima abitazione, l’ultimo domicilio, la mia casa! Avevo ridipinto le pareti e ripulito le piastrelle del bagno, cambiato le serrature. Avevo finanche chiamato un termo idraulico per farmi installare un condizionatore d’aria.
Avevo appeso le tendine con i fiori arancio alle finestre della cucina abbinate al copritavola, avevo comprato un letto ampio a due piazze tutto per me con un caldo plaid a scacchi variopinti, avevo appeso alla parete uno specchio ovale con la cornice di bronzo, avevo messo un tappeto persiano ai piedi del letto, avevo attaccato quadri colorati, e avevo profumato l’ambiente con essenza di fiori d’arancio. La stessa essenza che in primavera m’inebriava i sensi, quando spalancavo la finestra sul giardino d’aranci. Mi piaceva! Davvero! Mi sentivo a casa: la casa!
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continua