giovedì 25 novembre 2010

Un Caso

Un Caso




Concetto Strano



L’inizio, con il trillo del telefono mentre il protagonista è “immerso in un sonno grave e appiccicoso” mi ha subito fatto pensare:<< ecco ci siamo… un altro aspirante Camilleri con un altrettanto aspirante Montalbano!>>

Per fortuna sono andata oltre, lo avrei fatto comunque, poiché quando comincio a leggere un libro, difficilmente lo mollo, e tanto meno alle prime due righe.

Mentre procedevo nella lettura ho smesso di pensare a Montalbano e al suo creatore, e ho cominciato a entrare nella storia e a conoscere il protagonista, del quale il nome è solamente citato e nemmeno te lo ricordi, ma non ha alcuna importanza come si chiami, quello che importa è che riesce a coinvolgerti nella sua vita.

Un emigrato al Sud a causa del suo lavoro: è un magistrato, più per vocazione che per professione, che ama la verità, di cui è costantemente alla ricerca, e crede nella giustizia, che cerca di applicare.

Su di lui ho cambiato opinione più volte: un uomo tutto d’un pezzo, che mostra fermezza e risolutezza; un uomo duro, spietato e senza cuore; un uomo alienato, privo di affetti e perciò incapace di darne; un uomo ambiguo, infedele e subdolo; un uomo incerto, ossessionato dalla continua ricerca dell’esistenza di dio, una ricerca che egli stesso aberra, ma che porta avanti, incessantemente, in ogni cosa e in ogni incontro e in ogni discorso egli faccia; un uomo solo, in una terra straniera, ma forse solo ovunque vada; un uomo con tutte le debolezze e le convinzioni e i sogni e le delusioni di un uomo.

L’autore scrive in prima persona, dando al protagonista tutta la resonsabilità della storia che gira attorno a lui in una ordinata sequenza di eventi oggettivi: il caso di omicidio da risolvere, le varie donne con cui egli ha a che fare, le incombenze d’ufficio e i rapporti con i colleghi di lavoro, l’imminente trasferimento e il dolente rimpatrio nella sua terra natia, il profondo nord! Questi avvenimenti si intrecciano, in un perfetto ordine circolare, ad avvenimenti soggettivi e molto intimi del protagonista-autore: l’esistenza di un dio e l’ingiustizia divina, qualora un dio esista, l’eterna ricerca della verità e della giustizia anche nelle più spicciole questioni di vita quotidiana, il suo modo di approcciare il mondo reale, che sfugge spesso alienandosi e rifugiandosi in paradossali visioni di un mondo antico e mistico, costellato di divinità pagane e mitici personaggi ellenici. Sarà perché si trova nella antica Magna Grecia tra ruderi e pietre a dir poco ataviche e ne subisce l’incanto? Forse, e di certo è così, questi luoghi, questa terra, questo mare, lo avvicinano a una sfera celeste, una dimensione divina che egli tenta di sfuggire, ma che gli permettono di vedere la realtà con ottica diversa, con una prospettiva sfaccettata, fatta di diversi piani e diverse sfumature.

Mi è piaciuto questo personaggio, la sua ostinazione nel suo credo, la sua volontà e il suo mettersi in discussione, i suoi errori e le sue cervellotiche digressioni dal “caso”, che diviene fatto marginale, e la storia non poteva concludersi che col messaggio ultimo che egli lascia al lettore, una mancanza totale di speranza. Le due dee superstiti che lui tanto onora e ammira, Giustizia e Verità, sono solo due statue di marmo, poste nei Palazzi di Giustizia di una qualsiasi città di una qualsiasi regione, e “il caso” di cui si occupa e che, come tanti altri, viene archiviato, e poi magari riaperto e poi ancora rinviato a giudizio e così via, è solo uno dei tanti stipati ad ammuffire negli archivi dei Palazzi, e i cui attori, vittime e carnefici, rappresentano solo “UN CASO”.






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